domenica 26 maggio 2013

Gran Paradise back side

Meteo da misto a infame. Imbroccare il giorno e il luogo giusto è come tirare una monetina. Dopo 2 "fallimenti" consecutivi al Sempione non voglio tornarci. Troppo vento e troppo incerta la finestra di sole. Inoltre nuvolaglia da nord. Leggo e rileggo bollettini e previsioni e, alla fine, mi gioco la carta Piemonte (con il senno di poi i Forni sarebbero stati top ma veramente una scommessa).
Andiamo in val dell'Orco, destinazione cima del Carro.
Siamo nel parco nazionale del Gran Paradiso, lato sud. Forse quello più selvaggio e meno conosciuto. Tutto sommato non è troppo distante da Milano e in due orette e mezza si arriva a Ceresole Reale. Cielo limpido. Vento. Nuvole nere laggiù...proprio dove stiamo andando noi...e ma che sfiga!!! Non conosco la zona e non saprei come ripiegare. Mi guardo intorno a cercare alternative (ah se avessi studiato il Levenna...che gitona)...distratto vedo con la coda dell'occhio una faccina cornuta che, attirata dai fari, vuole attraversare (o suicidarsi)...inchiodo evitando di speronare un capriolo...i ragazzi si destano spiaccicati sui sedili. Che succede??? Nulla, siamo praticamente accerchiati da animali: stambecchi, caprioli, altri ungulati che non conosco...ma che spettacolo.
Ad ogni modo il meteo dove andiamo non è un gran che...ma siamo qui. Arriviamo alla sbarra a 1800 dove troviamo altri skialper. Ci prepariamo sferzati dal vento e congelati da un freddo invernale. Si parte sulla strada praticamente sgombra di neve in direzione del lago Sfarzu. Molti girano a sinistra per salire al Carro dal classico vallone.

Noi no. Seguiamo inizialmente due ragazzi. Arrivati alle baite li raggiungiamo. Qui a sud neve risparmiata dai venti. Pauder sopraffina. Mi piacerebbe cambiare al volo ma...troppe incognite. Siamo sulla linea di passaggio del maltempo che da nord, attraverso il col del Nivolet, s' infila qui andando a sbattere contro l'Anguille Rousse che sarà sempre avvolta tra le nuvole.
Rapido confronto con i ragazzi che ci sconsigliano un po...ma tornare indietro non ha senso. Insisto e ci portiamo oltre la diga. Qui ci sono dei facili e sicuri dossi su cui risalire. Purtroppo ho solo la cartografia digitale Garmin, davvero troppo semplice e imprecisa. Ho una traccia a cui m'attengo e la relazione in testa ma è davvero complicato muoversi in un terreno nuovo. Inoltre c'è un vento assurdo e costante che ci sferza contro rendendo la salita davvero faticosa. Almeno con la split ai piedi non ho l'effetto vela...ma i ragazzi faticano non poco.
Risaliamo questo splendido anfiteatro in direzione passo di Capra. Ho caricato una foto sul gps ma è praticamente un'icona. Impossibile scorgerne i dettagli. Botta di culo: sono sotto rete dati e al volo scarico dalla relazione di Guliver la stessa foto con l'indicazione del passaggio. Potere della tecnologia.
In effetti si può passare anche dove dicevano i ragazzi ma, dietro, avremmo dovuto disarrampicare una decina di metri (se non fare una doppia), mentre il passaggio che punto io è migliore...se non fosse presente un bel piede di un lastrone sceso qualche giorno fa.
Ragazzi vado avanti io. È rimasto il duro piano di scorrimento, quindi si sale facili e sicuri. Arrivati sotto la sella bisogna superare quello che rimane del lastrone. Tagliare verso il punto più basso ma proprio attraverso quello che rimane del lastrone è una pessima idea.
Faccio fermare i ragazzi di lato, tolgo la tavola e salgo dritto. In realtà il lastrone si presenta rigelato e crostato. Non più pericoloso. Ma la strategia è stata la migliore anche se lenta.
Arrivato sulla cresta scendo verso la sella e poi sul lato opposto.

Non voglio perdere troppa quota quindi scavo uno spiazzo e mi cambio quando il lacciolo del guanto scappa lasciando rotolare a valle la moffola. Che sfiga!!!
Scendo una decina di metri a recuperare il fuggitivo mentre gli altri scavallano uno a uno e raggiungono la base del bel pendio.



Da qui 400 metri di polvere compressa su pendio ripido, tutta da battere, con vento forte contro...una vera libidine. Sbuco al col d'Oin discretamente distrutto. Tra le nuvole vedo la cima Carro completamente trifolata. Non mi va di traversare e rivelare ad altri un pedio talmente bello e vergine. Punto una cimetta a quota 3250 e mi fermo. I ragazzi arrivano. Nuvole vanno e vengono ma noi siamo fiduciosi. Appena pronto aspetto la finestra di sole. Vesco sa di non dovermi rubare la prima traccia (dopo quel mazzo!!!) anche se non ho detto nulla...chissà che sguardo avevo.
Sole...ecco il momemto. Mi lancio ed è subito uno sballo. Neve invernale che la mia Furberg si divora voracemente. Il segreto è evitare le chiazze liscie tirate dal vento. Per il resto è powder.



Usciamo dal pendio e decidiamo di tagliare a destra per ricongiungerci all'itinerario classico.
Ancora 200 metri di powder prima di un pezzo di neve dura, non smollata. 600 metri da paura. Adesso cerchiamo i punti assolati dove c'è un leggero firn che permette curvoni. Arrviamo nei pressi di un canale ma non vedo l'uscita ed evito. Luca s' infila...cazzo!!!
Mi affaccio per capire. Lui è tranquillo e prova l'uscita (che non si vede).
Vorrei saltare dentro ma non capisco cosa c'è sotto. Rinuncio. Giro da fermo di 180 con un leggero salterello e non capisco cosa succede ma mi vedo una parete nevosa davanti la faccia, poi capitobolo sotto sopra e mi fermo.

Cazzo, si è rotta la cormice facendomi rovinare giù e non ho nemmeno saltato in ingresso.
Luca è andato. Dopo il volo non voglio ravanamenti per cui esco da una sella laterale e mi ricollego agli altri giusto giusto per finire su una barra rocciosa. Ottimo, sganciamo e passiamo a piedi mentre Luca si è goduto l'ottimo canale.
Da qui ampi pendii assolati con ottimo firn, grnadi curvoni fino al sentiero che riporta alla macchina.



Bellissima gita indovinata visti i report in giro (tranne quello del San Matteo, jolly imprevedibile) in un angolo poco conosciuto e dove vale la pena di tornare.

martedì 14 maggio 2013

Condense fuck

Dopo la ritirata di Russia domenica al Boshorn (dico solo che due curve prima ha tenuto il sole mentre noi, perseveranti masochisti, siamo saliti sotto un cielo plumbeo, ventoso e piovoso, avevo voglia di riscatto.
Prendo un giorno e, solo soletto, parto per il Sengchuppa. Ultimo giorno di bel tempo prima di 20 gg di pioggia continua. Non posso farmelo scappare.
Dormo poco, ma ormai con Massimo ci sono abituato. Arrivo a Simplon e parcheggio davanti ad una chiazza di neve, oltre non si va. Quota 1600. Mi aspettano 2000 metri di dislivello ma già l'avevo messo in conto. Spallo i primi 400 metri. Salgo veloce nel bosco ma il peso si sente. Ad un certo punto sbuca da un canalone svalangato un altro pazzo solitario con gli sci. Saliamo assieme. Pessimo errore. A 2000 mettiamo gli sci...e lui parte ad un ritmo forsennato. Tiro per stare al passo. Neve ghiacciata e liscia, vai di rampant.
Sbuchiamo in una valletta. La nord del Fletshorn incombe e ingolososce, ma è troppo per me, ancora qualche anno. La cima del Sengchuppa è lì,  assolata e invitante. La giornata è splendida e spero di "fare in tempo".



Superiamo vari risalti finché si giunge nel vasto vallone dietro il Boshorn. Immagino mille possibili itinerari qui. Ma oggi un solo obiettivo. Davanti il primo ripido canale che porta al bivacco. Lo salgo tutto split ai piedi. Il sodalizio con la mia Furberg su questa neve è davvero ottimo.
 
Sbuco in vista del bivacco posto sull'aerea sella. Ritmo buono, 1500 in 3 ore. Ma non basta. Il sole scalda presto e la neve inizia a spappare. Per non farsi mancare nulla vedo trafilare delle nuvole da sud.
 
Mi ritrovo in bilico sul traverso. Sono incerto se proseguire o mettere i ramponi. Nemmeno finisco il pensiero che scivolo. Pianto la mezza tavola con i rampant e mi fermo. Ok, via di ramponi. Salgo veloce fino al traverso. La neve scricchiola dal riscaldamento. Sono a 3200 e mancherebbero 400 metri ma... Lo zaino con la split pesa troppo. Ho dato tutto fin qui. Sono salito forte, forse troppo. Inoltre la neve è marcia e se slitta il pendio è un bel volo. Infine sono le 10 e le nebbie mi hanno completamente avvolto. Insomma game over. Il ragazzo prosegue nella nebbia ma non condivido. Mi cambio e inizio la discesa nella nebbia.
 
Il canale sotto il bivacco ha neve pressata molto divertente. Peccato doverla scendere con il freno a mano per via della visibilità pessima.
Pochi metri dopo il canale sbuco dalle nebbie su ottimo firn che mi regala belle curve.
Arrivo nei pressi della morena e vedo una valanga pazzesca (ne avevo sentito il boato mentre smadonnavo con i ramponi) caduta sulla via di salita, segno che non tutti i pendii avevano scaricato.

Come sempre in montagana la prudenza, alla lunga, paga sempre. Ben contento della mia scelta conservativa (le nebbie e nuvole arrivate da sud non hanno mai più mollato le cime) mi regalo bellissime curve fino all'alpeggio. Da qui spallo fino alla macchina comunque felice per una gita davvero pazzesca per pendenze e panorami. Devo tornare a farla ma con setup diverso. Praticamente si sale a piedi per il 70% del tempo. Meglio una tavola leggera e ciaspole. Con un po di allenamento 2000 metri ci possono stare.